Giovanna Cusenza – Giornalista Free Lance International Press

8 gennaio, 2007

FERDINANDEA isola per un giorno

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Ferdinandea6L’isola, nell’immaginario collettivo, rappresenta qualcosa di misterioso e affascinante. La leggenda, da sempre, narra di isole emerse tra le spume marine, di una loro apparizione fugace e del loro repentino reimmergersi tra il ribollire delle acque, trascinandosi dietro illusioni e sogni da parte di chi assicurava di averle viste.

È  quanto avvenne un bel mattino di luglio del 1831 al largo di Sciacca, nel canale di Sicilia: nell’arco di pochissimo tempo emerse dalle acque un lembo di terra che giorno dopo giorno s’ingrandì fino ad assumere discrete dimensioni. La massima estensione raggiunta dall’isola fu di 4800 metri di circonferenza , alta 63 metri di forma circolare ma irregolare in altezza. Il fatto si ripeteva per la seconda volta dopo il 10 a.C. e i geografi siciliani che per primi la rilevarono pensarono subito di chiamarla Ferdinandea per dedicarla al loro re, Ferdinando II di Borbone che veniva in quel periodo da Napoli a Palermo per festeggiare Santa Rosalia, alla quale fu dato il merito del miracolo della comparsa dell’isola. In verità, la ragione è un’altra: nel mondo ci sono isole, tutte rigorosamente di origine vulcanica, la cui esistenza non solo è fortemente precaria ma la cui vita in qualche caso è davvero durata il breve volgere di un mattino.

Ferdinandea, sorse a causa di un fenomeno vulcanico, cosa del resto comune nei mari, considerando che al di sotto degli oceani scorrono ben 70.000 chilometri di dorsali oceaniche che determinano circa l’80% del eruzioni vulcaniche che si verifica annualmente sul pianeta. Infatti, nei giorni che precedettero l’emersione, si erano percepite, sia a Sciacca che a Palermo, scosse di terremoto e dal tratto di mare di fronte alla cittadina siciliana proveniva un odore di zolfo dovuto all’idrogeno solforato in quantità tale da annerire gli oggetti d’argento. Altre navi di passaggio riferirono d’aver notato un ribollimento delle acque, e alcuni marinai che tornavano dalla pesca notarono nella stessa zona una gran quantità di pesci galleggianti, alcuni morti, altri tramortiti. Dopo, ebbe inizio un’eruzione con lapilli, pomici, tufi e scorie infuocate che provocò la nascita della nuova isola.

La notizia si sparse rapidamente, e da quel momento iniziò la questione della sovranità sull’isola: gli inglesi inviarono navi e  ne presero possesso  battezzandola Graham island, anche i francesi sbarcarono a loro volta e ne reclamarono il possesso  per il loro paese denominandola Giulia, in ricordo del suo mese di nascita. Ma l’isola, s’inabissò nel mare in soli cinque mesi, facendosi beffe delle corti europee e lasciando aperta la questione: oggi è un paradiso marino ricco di flora e fauna che, ogni tanto sembra risvegliarsi come accadde nel 2000; ma i geologi, che la tengono  costantemente sotto controllo ritengono che non ci sia alcuna riemersione imminente.

Una prova che la storia raccontata non è una leggenda marina è data da alcuni reperti lavici, provenienti proprio dall’isola di Ferdinandea, tenuti nel Museo Geologico “G.G. Gemellaro” dell’Università di Palermo

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Pasqua Spagnola in Sicilia

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Per tutta la settimana che precede la Pasqua le antiche strade dei centri storici delle cittadine in Sicilia, sono percorse da processioni che, per la maggior parte, affondano le loro radici nella storia del cristianesimo spagnolo. Infatti, a diffondere in Sicilia molti elementi tragici, tipici della religiosità spagnola, furono i Gesuiti che, a metà settecento, espulsi dalla Spagna, arrivarono alle coste dell’Italia meridionale. Ciascuno dei nostri paesi ha un suo rito da celebrare che, prendendo spunto dalle pagine del Vangelo, esprime la propria devozione in un modo tutto particolare.

Tra le processioni più caratteristiche ne annoveriamo alcune.

La processione dei Misteri, a Trapani del Venerdì Santo merita, senza dubbio, di essere vista per l’atmosfera suggestiva creata dalla partecipazione e il calore popolare. Si tratta di statue di legno, scolpite nel XVI – XVII sec. da artigiani locali, decorate con vesti pompose e gioielli preziosi che raffigurano la Passione di Cristo. Ogni gruppo viene portato in spalla dai rappresentanti delle antiche corporazioni cittadine e sfilano per le principali vie del centro.

A Prizzi, in provincia di Palermo, proprio il giorno di Pasqua, avviene la celebrazione di un rito caratteristico, l’Abballu di li diavuli. Rievocazione arcaica dell’eterna lotta tra il bene e il male,effigiato con grandi e terrificanti maschere. In questa occasione l’inferno è rappresentato dall’osteria, dove sono portati i dannati per espiare le proprie colpe. La Vergine, la sera, con gli angeli, libera il paese dai dannati, i quali, per accattivarsi la simpatia della gente, distribuiscono i “cannateddi”, dolcetti a base di ricotta.

San Fratello, paese della provincia di Messina, è patria della Festa dei Giudei. In questa colonia longobarda fondata mille anni fa da Ruggero I, re normanno, la cerimonia dura tre giorni, dal mercoledì  al venerdì Santo. I Giudei, rappresentati dagli abitanti del luogo, con maschere colorate e vesti arabescate, attraversano le vie del centro animandole con strani spettacoli di danza con un sottofondo musicale dato dalle trombe.

In provincia di Catania, ad Adrano, la Diavolata e la Angelicata, celebrata la domenica di Pasqua. Nella piazza principale del paese, Piazza Umberto I, di fronte al castello normanno viene rappresentato, su di un grande palcoscenico, i due mondi ultraterreni: l’Inferno e il Paradiso, un testo risalente al XVIII e attribuito ad un sacerdote adrianita; la Diavolata ha come protagonisti cinque diavoli guidati da Lucifero, la morte, l’arcangelo Michele, l’anima, ed ha come tema la salvezza dal peccato dell’umanità grazie all’intervento di Cristo Risorto. L’ Angelicata, invece, inscena l’incontro tra la Madonna e il Cristo con il trionfo del Bene sul Male.

I riti della settimana Santa di Enna risultano certamente particolari rispetto ad altri poiché qui accade qualcosa di originale che non si riscontra altrove: un’infinità di personaggi che ordinati e composti percorrono le vie per l’intera Settimana. La sentita e concreta partecipazione delle dieci confraternite presenti nella città avvicinano tali celebrazioni a quelle che avvengono nello stesso periodo a Siviglia. I riti nacquero appunto, durante la dominazione spagnola, quando le Confraternite vennero autorizzate a costituirsi come organizzazioni religiose. Il mercoledì Santo le Confraternite portano in spalla in processione i simulacri del Cristo e dell’Addolorata abbelliti dai doni dei fedeli. Il giovedì Santo oltre duemila frati incappucciati accompagnano con ceri e torce le statue del Cristo morto e dell’Addolorata in processione fino a tarda notte. Il venerdì Santo i confrati nel Duomo dove sono stati riposti i due simulacri partono per un’altra processione che durerà fino a notte fonda, per poi rientrare nel Duomo. Infine l’ultima celebrazione, quella della “Paci”, ovvero l’incontro tra la Madonna ed il Figlio Risorto, evento che attua la scomparsa del dolore e l’arrivo della festa. Le due statue, portate nel Duomo, ivi resteranno per una settimana. 

Per le prossime festività si prevede una presenza massiccia e partecipata di turisti provenienti dalle città italiane e straniere attirati dall’interesse che suscitano le manifestazioni che si svolgono in Sicilia per le atmosfere suggestive che la compattezza, il silenzio, il rumore di passi lenti, le note solenni delle tradizionali marce funebri riescono a creare. 

CURA DELL’UVA E VINOTERAPIA

Filed under: Uncategorized — elimonews @ 3:49 pm

La cura dell’uva o l’ampeloterapia, dal greco “ampelos”, vite, metodo di cura noto sin dall’antichità, è tornato in auge: l’uva, per le sue proprietà disinfettanti, disintossicanti e depurative è un alimento sano e naturale, adatto a chiunque voglia approfittare dell’autunno per disintossicarsi e depurarsi. Particolarmente ricca di zuccheri facilmente assimilabili, il frutto contiene molte vitamine, acidi organici, sali minerali, ed altri elementi che agiscono da ricostituente del sistema nervoso, proteggono la pelle ed i capelli, aiutano i processi digestivi ed il transito intestinale. 

La cura dell’uva consiste nell’alimentarsi principalmente di chicchi d’uva bianca o nera, raccolti freschi ogni giorno, ben lavati e ben masticati ad uno ad uno perché è proprio sotto la buccia che le vitamine e i sali minerali sono concentrati. Può essere consumata anche sotto forma di succo di uva fresco ed è prevista una quantità di assunzione giornaliera che aumenta gradualmente fino a raggiungere i 3 Kg. al giorno nel giro di una settimana, da prendere, suddivisi tra la mattina e la sera, prima dei pasti. Alla fine, dato che l’uva ha un alto potere saziante, è consigliata una breve passeggiata.

Questo frutto utilizzato come farmaco biologico, può presentare, come tutti i veri farmaci, delle controindicazioni. Perciò, se si vuole iniziare una cura dell’uva prolungata bisogna consigliarsi col proprio medico per valutarne la prescrizione. Nei casi in cui si soffre di patologie come il diabete, la colite e l’ulcera gastrica, caratterizzata da aumento delle secrezioni acide, la cura è sconsigliata, dato che si tratta di una terapia  molto energica e risolutiva. Lo scopo della cura è quello di “pulire”, depurare l’intestino e il fegato, grazie alle proprietà diuretiche e lassative del frutto, e può risultare una sana abitudine per affrontare la stagione invernale in buona salute.

In alcune zone dell’Italia del Nord esistono strutture che, nel periodo della vendemmia, danno ai loro ospiti la  possibilità di provare la nota “cura dell’uva”, mettendo a disposizione durante i pasti principali da loro offerti, dell’uva appena raccolta o del succo d’uva fresco.

L’uva non è buona solo per il palato, ma è anche utilizzata per la pelle del viso e del corpo, come terapia di bellezza, ingrediente principale di creme, oli, maschere. Secondo le ultime scoperte, i preziosi componenti, i polifenoli, racchiusi in ogni chicco del frutto con le loro proprietà antiossidanti sono in grado di prevenire e combattere gli inestetismi della pelle, causati dall’ossidazione. Ecco il perché del suo utilizzo in terapie antietà. Questa è la “vinoterapia”, ultima scoperta dell’estetica, una vera e propria rivoluzione: una serie di trattamenti e immersioni nel vino che ringiovaniscono, aiutano a rilassare e a idratare la pelle. La vinoterapia nasce in Francia, dove, una donna, figlia di proprietari di prestigiosi vigneti ebbe l’intuizione di utilizzare in chiave enologica i principi della balneoterapia e della talassoterapia. Costruisce, così, centri di benessere e bellezza immersi nel verde dei vigneti, nei quali si sfruttano le virtù dei bagni termali, con sorgenti naturali di acque calde, unendole alle doti riconosciute del vino. In questi luoghi si effettuano: massaggi di vino caldo ed estratti di vinaccioli d’uva micronizzati, massaggi con olio di vinaccioli, impacchi, maschere e peeling per il viso. Uno dei trattamenti che va per la maggiore, è il “bagno nel barile di vino”, l’immersione in una vasca piena di bollicine, acqua calda ricca di ferro, estratti di chicchi d’uva, mosto ed oli biologici. L’efficacia  di tali trattamenti ha portato  alla vinoterapia numerosi seguaci, primi fra tutti, Vip e bellezze ricche e famose, pazze per la novità.

Anche nella nostra Italia, sono sorti,  in ambienti già coltivati a vigneti, centri di estetica dove, per chi vuole rigenerare il corpo e la mente in allegria, il vino la fa da padrone.

La cucina di strada di Palermo

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panelleLa città di Palermo vanta una storia secolare e come “città capitale” conserva le tracce del passato che la videro primeggiare ed afferm

arsi offrendosi al visitatore ed al turista, in termini di accoglienza, con una molteplicità di occasioni, di recettività e patrimonio storico – artistico che non ha nulla da invidiare alle metropoli europee. Monumenti e chiese, teatri e musei, ad ogni angolo della città antica, evidenziano le influenze di tutti i popoli come Greci, Romani, Normanni, Arabi, che con le loro mille contaminazioni l’hanno resa straordinariamente bella.

Palermo seduce anche i sensi con la sua gastronomia ricca di colori e di odori, in particolare con la cosiddetta “cucina di strada”, ineguagliabile nella panoramica nazionale e considerata la più antica cucina rimastaci e la sola che riesca ancora a tenere uniti i gusti dei palermitani di molti secoli fa a quelli di oggi. Il baluardo della “cucina di strada” è rappresentato dagli antichi mercati della città: Borgo Vecchio, Vucciria, Capo e Ballarò. Non si può perdere un tuffo in questi luoghi che sono il cuore popolare e vero di Palermo, una passeggiata tra le bancarelle piene di frutti colorati, di carni appese ai ganci, in un trionfo di profumi inebrianti: chiodi di garofano, timo, finocchietto selvatico con il sottofondo delle voci forti dei venditori : tutto ciò in un intreccio di vicoli ciechi, piazzette d’incanto e viuzze strette dove la luce del sole riesce a malapena ad entrare.

Uno dei piatti simbolo  della cucina di strada appartenenti alla friggitoria sono i “pani e panelle”, deliziosi rettangoli di farina di ceci fritti, che talvolta si accompagnano con i “cazzilli”, meglio conosciuti come “crocchè”, fritto appetitoso di purea di patate bollite con prezzemolo e menta. Nelle padelle grondanti d’olio bollente ci sono anche cardi, broccoli e carciofi in pastella e calamari. La cosiddetta “rascatura” costituita dalle rimanenze delle lavorazioni della giornata raschiati dalle casseruole, è ormai scomparsa ma un tempo era destinata ai clienti più poveri.

Un altro dei pilastri della gastronomia palermitana è “u pani ca meusa”, il pane con la milza, amato e gradito da tutti i ceti sociali, gustabile sia ai mercati, in bancarelle improvvisate, o in appositi eleganti locali.

È possibile reperire presso parecchi forni e ambulanti “u sfinciuni”, lo sfincione, una focaccia molto morbida, soffice, spessa, profumata e invitante, il cui nome deriva probabilmente dal greco sponghìa (spugna).

In tema di frattaglie, bisogna parlare delle “stigghiole”, saporite interiora di vitello arrotolate con lo scalogno, arrostite alla brace e servite con sale e limone.

Le stesse interiora di vitello, pulite con acqua e sale, tagliate a pezzi e messi a bollire in pentola, rientrano nella famiglia del “quarume”, che, servite calde e brodose, danno un piacevole ristoro. 

Attività affine  è quella del venditore di “mussu” e di “masciddaru”, mascella, mammelle e piedi di vitello, tagliati e bolliti; si servono freddi e irrorati di limone.

Per continuare questo iter gastronomico, un incontro interessante è col “purparo”, il venditore di polpi, che ne mette alcuni, di tanto in tanto, in una pentola con acqua ben salata e in pochi minuti il polpo cotto finirà su degli ampi piatti sistemati sul bancone a disposizione di coloro i quali vogliano assaggiare tale prelibatezza.

Adesso non ci rimane altro che da far visita ad una figura silenziosa “u frittularo”, il venditore di “frittula”,  resti di grassi animali fritti nello strutto.

Siamo alla fine del nostro viaggio gastronomico e possiamo constatare che questo particolare tipo di cibo, derivato dai dominatori arabi, ebraici e spagnoli, vecchio di secoli, non conosce crisi: avendo superato anche le rigide limitazioni delle norme igieniche Haccp, ha saputo contrastare l’avvento  di McDonald’s, le mode salutiste e tutt’oggi sopravvive alla modernità.

…e se Omero fosse Omera?

Filed under: Uncategorized — elimonews @ 3:42 pm

La letteratura greca inizia con l’Iliade e l’Odissea, ma del loro autore, Omero, non si sa quasi niente: né sulla sua identità, né sul luogo di nascita, né, addirittura, se sia veramente esistito.

Le teorie discordanti su questi argomenti ci fanno capire che già i Greci, di Omero, non ne sapessero più di noi.

La critica moderna è ormai orientata verso un’unica interpretazione attestando che i due poemi sono stati scritti da poeti diversi, forse scritti da un’unica mano, ma non dallo stesso autore. Ne deriva quindi che questi due scrittori hanno imposto unità di struttura al materiale che trovavano nelle fonti dell’epica popolare cantata e tramandata secondo i metodi tradizionali dei cantori.

Uno studioso del 1800 ha sostenuto un tesi a dir poco sconvolgente e singolare: l’autore dell’Odissea, non è stato Omero bensì una donna, una principessa siciliana, ovviamente giovane e bella, che abitava a Trapani. L’autrice si descrive nella figura di Nausica, figlia del re dei Feaci, la quale incontra il naufrago Ulisse e lo ascolta nella narrazione delle sue straordinarie avventure.

Colui il quale azzardò questa ipotesi fu Samuel Butler, riconosciuto come letterato erudito e scrittore pungente e colto, che quando nel 1897 pubblicò queste sue idee nessuno sembrò dargli credito proprio per l’originalità (o meglio  stravaganza) della sua tesi.

Le convinzioni di Butler nacquero dopo un lungo soggiorno nella nostra isola, durante il quale, accolto con tutti gli onori dalle autorità siciliane, si persuase che il percorso del viaggio di Odisseo non fosse nient’altro che la circumnavigazione della Sicilia, e che, nello specifico, Scheria, la terra dei Feaci, corrispondesse proprio all’odierna Trapani.

Commentando ogni canto del poema, Butler evidenzia gli elementi che rileverebbero la presenza femminile: leggera, umoristica, piena di spirito; e afferma che solamente una donna avrebbe potuto far parlare Ulisse con queste parole al suo congedo dai Feaci: “Possiate rendere felici le vostre spose”.

Soltanto una scrittrice avrebbe potuto imbastire una trama così fantastica su una fedeltà coniugale tanto lunga e duratura.

L’ipotesi butleriana possiede certamente un grande fascino, ma avendo coscienza della condizione femminile di quei tempi, questa donna, autrice dell’Odissea, ci sembra alquanto moderna, anche se “quei tempi” potrebbero essere diversi da quello che noi immaginiamo. Difatti, sostiene Butler, non si giunge ad una Saffo o ad una delle poetesse dell’antichità senza una tradizione di poesia femminile! 

I Maccheroni nel romanzo storico “Il Gattopardo”

Filed under: Uncategorized — elimonews @ 3:40 pm

Unantica ricetta siciliana del 1860 descritta  dal Tomasi di Lampedusa nella sua opera letteraria.

 

“Il timballo di maccheroni, piatto prelibato e gradito alle buone forchette della cucina siciliana, è minuziosamente descritto nelle pagine del romanzo “Il Gattopardo”, pubblicato nel 1958 e diventato in breve tempo un best-seller, che mise in evidenza Giuseppe Tomasi di Lampedusa come uno dei più grandi autori del secolo.

Romanzo storico ambientato in Sicilia tra il 1860 e il 1910, nel quale si narrano le vicende del principe Salina e della sua famiglia. Il momento in cui l’autore descrive superbamente il timballo di maccheroni è durante una cena solenne data dal principe per accogliere i suoi amici nel palazzo di Donnafugata dove, come di consueto, si trasferiva per la villeggiatura:”L’oro brunito dell’involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che ne emanava, non era che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scorgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le filettature di prosciutto, di pollo e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroni corti, cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio.”

L’autore, con eleganza descrittiva, accenna al contenuto del timballo di maccheroni lasciando intendere che essi devono essere corti. E poi, dicono gli esperti di cucina, un timballo preparato secondo i criteri della tradizione deve avere al suo interno melanzane di buona qualità e formaggio caciocavallo. Questo piatto così ricco e gonfio di carni e verdure, per la sua succulenza e squisitezza, può portare in estasi i commensali, per questo bisogna fare attenzione a non rovinarlo con un erroneo accompagnamento di vino. Infatti, è buona consuetudine, con tali sapori forti e contrastati, usare un rosso robusto e leggermente invecchiato.”

 Ingredienti: per 6 persone

400 ml sugo di carne, va bene l’estratto
1/2 pollo, lessato
100 gr funghi freschi o surgelati
100 gr fegatini di pollo
200 gr prosciutto cotto,
tagliato a striscioline
100 gr di salsiccia
120 gr pisellini mignon,
lessati al dente
burro
500 gr maccheroni
parmigiano grattugiato
3 uova sode a fette
sale e pepe
un tartufo nero

Per la pasta frolla
400 gr di farina
200 gr di zucchero
200 gr di burro,
a temperatura ambiente
sale e cannella un pizzico
4 tuorli d’uovo

Per la crema pasticcera
3 cucchiai di zucchero
3 tuorli d’uovo
2 cucchiai di farina
sale e cannella, un pizzico
1\2 litro di latte

 

Per prima costa preparate la pasta frolla impastando velocemente con le mani tutti gli ingredienti in modo da ottenere un composto omogeneo e lasciatela riposare un’ ora coperta con un panno in frigorifero. Procedete poi a preparare la crema pasticcera che coprirete con la pellicola trasparente fino al momento dell’uso. Preparate poi delle polpettine, grandi come nocciole, con 200 g di carne tritata di pollo lesso mescolata a 1 uovo, 100 g di prosciutto cotto, 2 cucchiai di parmigiano, prezzemolo tritato e un pizzico di sale. Friggetele in abbondante olio e tenetele da parte. Fate insaporire in un po’di burro il pollo ed il prosciutto rimasti, tagliati a striscioline; aggiungete i fegatini, le salsicce, i funghi, le polpettine, i pisellini e cuoceteli per qualche minuto. Trasferiteli poi in una casseruola con qualche cucchiaiata di succo di carne e fate cuocere ancora per qualche minuto in modo che i sapori si mescolino bene. Lessate nel frattempo i maccheroni molto al dente, scolateli e conditeli con il sugo di carne, il burro, abbondante parmigiano e fateli raffreddare. Imburrate una tortiera ad anello di 30 cm di diametro e ricoprite il fondo ed i bordi con un terzo della pasta frolla che avrete steso sottile, circa 1/2 cm. E’ importante che la pasta sporga un po’dai bordi in modo che con facilità possiate chiudere il timballo con l’altro disco di pasta. Disponeteci sopra metà dei maccheroni, distribuiteci sopra la finanziera di carne, le uova, spolverizzate con il parmigiano e il tartufo nero a lamelle, infine coprite con il resto dei maccheroni a cui darete una forma leggermente a cupola sulla quale verserete la crema pasticcera che farete penetrare bene. Ricoprite il timballo con la pasta frolla avanzata premendo bene i suoi bordi per farla aderire alla prima. Spenellate la sua superficie con dell’uovo sbattuto e fate cuocere per circa 45 minuti nel forno a 180 gradi. Prima di togliere l’anello, lasciatelo riposare per 5 minuti e servitelo subito.

Le strade del vino in provincia di Trapani

Filed under: Uncategorized — elimonews @ 3:37 pm

L’Assemblea Regionale ha approvato nel 2005 l’ultima strada del vino in Sicilia: “Strada del vino Erice DOC”. Precedentemente, in base alla legge regionale n. 5 del 2 agosto 2002 erano state istituite la “Strada del vino di Marsala: Terre d’Occidente”, la “Strada del vino di Terre Sicane”, la “Strada del vino dell’Etna”, la “Strada del vino Alcamo DOC”, la “Strada del vino DOC Monreale”, la “Strada del vino del Cerasuolo di Vittoria: dal Barocco al Liberty” e la “Strada del vino dei Castelli Nisseni”. Adesso diventano otto le “Strade e le Rotte del vino” che sono state designate per premiare non solo il territorio su cui insistono, ma anche la qualità delle produzioni e le capacità degli imprenditori che stanno imponendo i nostri vini nei mercati internazionali.

Sono percorsi segnalati e pubblicizzati con appositi cartelli, lungo i quali insistono vigneti, cantine, enoteche, musei, aziende agricole singole o associate aperte al pubblico; costituiscono lo strumento attraverso il quale i territori vinicoli e le relative produzioni possono essere divulgati, commercializzati e fruiti in forma di offerta turistica: a legarli i valori naturali, culturali e ambientali di uno stesso territorio, o di territori relativi a più di un vino DOC o IGT. Le attività di ricezione e di ospitalità, compresa la degustazione dei prodotti aziendali e l’organizzazione di attività ricreative, culturali e didattiche, svolte da aziende agricole nell’ambito delle “Strade del vino”, possono essere ricondotte alle attività agrituristiche.

La Sicilia, per condizioni climatiche, temperatura mite, terre collinose, leggera brezza di mare e sole acceso, ricorda i territori della California e dell’Australia. Queste qualità risultano ideali e rendono la Sicilia l’isola del vino, infatti essa testimonia con i suoi vini la secolare vocazione vitivinicola che affonda le proprie radici già in età greca, allorché si diede origine a quel binomio, “Sicilia e vini”, ormai nota in tutto il mondo. In questa terra, i coloni greci, giunti a Naxos, furono i primi che si dedicarono in modo professionale alla produzione dei celebri vini siciliani. I Fenici, dal canto loro, audaci navigatori e mercanti di razza quali erano, fecero dei vini siciliani uno dei prodotti più importanti per gli scambi commerciali dell’ epoca.

5 gennaio, 2007

Chi sono

Filed under: Uncategorized — elimonews @ 8:37 pm

Giovanna CusenzaGiovanna Cusenza nasce ad Erice – TP il 13.08.1960

Associata alla Free Lance International Press dal 2004, ha frequentato con profitto il corso di giornalismo tenuto dall’AGE, agenzia con la quale ha collaborato.  Scrive per la testata telematica www.ilveliero-web.com occupandosi anche della redazione della versione cartacea. E’ inoltre responsabile di redazione della rivista Elimo News e delle pubblicazioni dell’Assoturismo Provinciale di Trapani. Collabora infine con la PromoMedia di Erice TP (studio di grafica pubblicitaria, creazione di siti web e formazione)  nella stesura ed ideazione di siti Internet, brochure turistiche tenendo anche corsi di scrittura creativa e di dizione.

Hello world!

Filed under: Uncategorized — elimonews @ 8:22 pm

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