Giovanna Cusenza – Giornalista Free Lance International Press

16 luglio, 2014

Vino e religione

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vinoreligiosoMolti popoli e culture del passato hanno attribuito al frutto della vite un alto valore simbolico, fino ad assumerlo ed integrarlo nella propria tradizione culturale e per alcuni anche religiosa.
Nell’ebraismo, fin dall’antichità il vino ha costituito un segno forte per la vita del popolo d’Israele, nella Bibbia più volte definito come una vite, trapiantata da Dio dall’Egitto alla Terra Promessa.
Ripetutamente si fa riferimento a questa immagine, sottolineando come il Signore si prenda cura della Sua vigna e la protegga dagli attacchi degli animali selvatici e dai predoni. Nei riti che si svolgevano nel Tempio, tra le offerte della carne e delle primizie della terra venivano condotte all’altare offerte di vino, bevanda largamente diffusa tra gli ebrei, così come tra tutte le popolazioni dell’area mediorientale e mediterranea.
Tra i popoli antichi era costume aromatizzare il vino con l’aggiunta di spezie odorose, e farne talvolta un potente anestetico mischiandolo con dosi di mirra. I romani e i greci usavano diluirlo con acqua e berlo in ricche coppe o in preziosi calici.
Il vino degli ebrei era invece diverso dagli altri, coltivato e prodotto seguendo specifiche regole di Kasherut (1), non poteva essere mischiato con quello degli altri popoli, destinato alle divinità pagane.Questa esigenza portò allo sviluppo di peculiari tecniche, volte a produrre una viticoltura esclusiva. Così concepito, il vino ebraico entrò a far parte, come elemento importante, della liturgia religiosa, che ne fa tuttora uso nelle festività più sacre e nei momenti più gioiosi.
L’inizio e la conclusione dello Shabbat (giorno sacro agli ebrei, che inizia al tramonto del Venerdì e si conclude con quello del Sabato) è segnato, ad esempio, dalla benedizione del pane e di una coppa di vino, sulla quale si recita la berachà (2): “Benedetto sei Tu, Signore Dio nostro, re dell’universo che hai creato il frutto della vite”. Nel rito del matrimonio, durante le grandi feste e soprattutto durante la Pasqua (in cui le coppe si alzano per ben cinque volte, alle cinque diverse benedizioni guidate dal capofamiglia), il vino si rende presente quale elemento santificatore e portatore di letizia. Il cristianesimo eredita dalla tradizione ebraica questa cultura, pur attribuendole un significato completamente nuovo.

Nella Chiesa cattolica esso è, infatti, indissolubilmente legato al sangue di Cristo versato sulla croce, e segno tangibile della Sua presenza nella Chiesa, mediante l’Eucarestia. Nella liturgia cattolica, ricevendo sull’altare l’offerta dell’uva, il sacerdote recita una benedizione molto simile a quella ebraica sopra menzionata, dicendo a nome di tutti i fedeli: “Benedetto sei Tu, Signore, Dio dell’universo, dalla Tua bontà abbiamo ricevuto questo vino, frutto della vite e del lavoro dell’uomo…”. Simbolo di sacralità, di gioia e di divinità, il vino rappresenta un fattore di unione e di comunione degli uomini tra di loro e con Dio. Viene associato alla festiva atmosfera dei banchetti del passato, in cui non veniva mai a mancare. Ciononostante, tanto nell’ebraismo, quanto nel cristianesimo viene condannato l’uso sregolato di questa bevanda inebriante, per i pagani nettare degli Dei.

(1) Corpus di norme che tuttora regolano l’alimentazione ebraica.(2) In ebraico, ‘benedizione’.

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RICETTE DAL MEDIOEVO

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convivioNuove pietanze curiosamente preparate come ai tempi del Medioevo

Calamari arrostiti (in lingua medievale)
“A il pesce calamaro, cavali l’interiori per li orecchi e per quelli medesimi mettivi sale. Fallo cocere un pocho presso lo foco. Poi illarda sottilmente e studiosamente, quasi fosse un fagiano, e di nuovo l’arrosti abbastanza. Mangia con succo d’aranci, citrangole, aqua rosa e limoncelli”.

E’ una preparazione stravagante, quella appena descritta? No, perché anche oggi si usa cucinare i crostacei con l’aggiunta di pancetta di maiale ed Il limone non manca mai nei piatti di arrosto di pesce.
Trippa porrata
Vi vuole: trippa di vitello o maiale, porri affettati, brodo di pollo.  Fegato della carne scelta. Acqua, aceto di vino, vino secco. Cipolle, pane sbriciolato, cannella, chiodi di garofano e sale.Affettare la trippa. In una prima pentola  unire il brodo il vino e la trippa portando il tutto ad ebollizione. Sobbollire per tre quarti d’ora fino a completa cottura. Affettare i porri e le cipolle, aggiungerli in pentola, continuando a sobbollire fino a completa cottura delle verdure. In un’altra pentola, bollire dell’acqua e mettervi il fegato affettato per dieci minuti circa. Lessato, lo si schiacci in una ciotola, fino ad ottenerne un impasto, avendo cura di aggiungere il pane sbriciolato, l’aceto e le spezie. Unire il tutto nella prima pentola, dove si terminerà la cottura per dieci minuti. Servire direttamente dalla pentola nel piatto di portata.
Taccuini Storici – di Alex Revelli Sorini

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