Giovanna Cusenza – Giornalista Free Lance International Press

14 agosto, 2007

Pasquale Gruppuso: Sciacqueria

Gruppuso_PasqualeAmbientato in un paesino rurale della Sicilia occidentale del secolo scorso, il libro racconta gli eventi più rappresentativi della vita di quel paese in quegli anni: la mafia, il fascismo, l’emigrazione, il terremoto, il benessere, la miseria.

Lo scrittore Pasquale Gruppuso, pittore ed insegnante di Storia dell’Arte, nel suo romanzo storico “Sciacqueria” si serve di un neologismo per evidenziare lo scopo che il testo si prefigge: risciacquare il passato, andare indietro nel tempo per renderlo vivo e presente.

L’autore descrive in maniera minuziosa paesaggi, ambienti, affanni di un popolo da secoli vittima del potere, qualunque esso sia, con un linguaggio semplice e appropriato offrendo al lettore unospaccato di vita di Rinusa, paese immaginario situato nella valle del Belice.

Il testo, come un insieme di quadri, tradisce le origini pittoriche dello scrittore, facendo trasparire la sua sensibilità e l’attaccamento alla propria terra alla quale si è sempre interessato con sue opere e col suo impegno per il sociale.

Si consiglia la lettura, scorrevole e lineare, a coloro i quali, vogliano fare un excursus nella vita passata di questa terra.

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SCHEDA DEL LIBRO:

Autore: Pasquale Gruppuso

Titolo: Sciacqueria

Editore: Navarra

Prezzo: 10,00 Euro

Pag.: 107

20 giugno, 2007

LA STEGANOGRAFIA DA ERODOTO A BIN LADEN

amatoE’ più interessante un’apparizione di Bin Laden davanti ad una grotta o uno sterile comizio politico? Cosa nasconde un semplice comunicato? L’arte di comunicare è apparentemente semplice ed intuitiva ma per avere effetto deve celare studi, strategie e tecniche non sempre nuovissime ma nascoste alla maggior parte della gente.
E’ con un linguaggio chiaro e semplice che il tecnologo della comunicazione audiovisiva e multimediale Nicola Amato introduce il lettore nel complicato mondo della steganografia, tecnica antichissima per celare informazioni. Il suo libro può essere considerato una vera e propria guida alle tecniche elusive della comunicazione. La lettura risulta scorrevole e piacevole scivolando facilmente per le pagine del libro alla scoperta della steganografia: si spiega il sistema di watermarking, come attaccarlo e l’ evoluzione storica della tecnica partendo, come suggerisce il titolo, da Erodoto e passando attraverso Tritemio e Cardano sino a Bin Laden. Viene illustrata l’importanza dei moderni software steganografici e se ne spiega l’utilizzo. Si definisce la steganalisi, che è la scienza che si occupa di rompere i sistemi steganografici cercando di scoprire il messaggio nascosto all’interno di un messaggio contenitore. Il testo, unico in Italia nel suo genere, dato che esistono solo libri in inglese sull’argomento, fornisce le basi allo studio della materia. I riferimenti bibliografici, riportati accuratamente, si servono di fonti americane come la sitografia riportata. L’autore si rivolge prevalentemente agli appassionati di tecnologie informatiche, ciò nonostante il testo risulta interessante anche per i neofiti poiché apre una porta su un mondo sconosciuto ai più ma di grande attualità.
Scheda del libro:

Autore: Nicola Amato
Titolo: La steganografia da Erodoto a Bin Laden
Edito da: Iuculano Editore
Collana: Biblioteca universale
Prezzo: 15,00 Euro
Pagine: 144
ISBN: 978-88-7072-765-4

17 giugno, 2007

Scompare Clara Di Meglio: giornalista di turismo ed enogastronomia

claraL’ho conosciuta una primavera di un paio di anni addietro in un contesto di meeting turistico dove era usuale andare, quando le forze glielo permettevano. Già provata da una malattia che non lascia scampo, anche allora ha saputo dare espressione alla sua vitalità rispondendo puntualmente e vivamente agli impegni del caso, mescolandoli al puro gioco come una gara di cuochi – giornalisti che ha vinto con fantasia e buon gusto. Chi della nostra redazione la conosceva da anni non ha esitato a coinvolgerla in una esperienza di magazine on line di turismo della Sicilia e da allora ha tenuto un suo spazio nel nostro giornale dove ha dato un supporto notevole consigliandoci, sostenendoci ed incoraggiandoci a continuare nel nostro intento.

Oggi la notizia della sua scomparsa ci ha sorpresi lasciandoci un vuoto incolmabile…speriamo soltanto che possa vigilare ancora affettuosamente su di noi con i suoi principi di lealtà ed amicizia che resisteranno in eterno nel rispetto della sua memoria.

Ciao Clara!

Dal 1958 e per oltre 30 anni Clara Di Meglio si è occupata di giornalismo turistico conducendo rubriche di vario genere, su musica, danza, turismo ed eno-gastronomia. nelle redazioni culturali-speciali di Radio Rai. Per 16 anni è stata responsabile della trasmissione estiva turistica “GR2 Estate” e di altre rubriche turistiche prima di andare in pensione come Weekend Express. Facendo parte di varie associazione di giornalisti specializzati, tra cui il Gruppo Italiano Stampa Turistica, ha continuato le collaborazioni ne settore turistico con: Travel Quotidiano-Italia Sera, Sinequanon.org e www.ilveliero-web.com (riviste on line).

7 aprile, 2007

ESPOSIZIONE DISEGNI INEDITI ALLA GALLERIA D’ARTE MODERNA NELLO SPAZIO MOSTRE

Filed under: arte,biblioteca,codice resta,collezionismo,mostra,palermo,restauro,sicilia — elimonews @ 4:53 pm

Disegni raccolti dal collezionista Padre Sebastiano Resta, figura chiave del mercato del disegno tra il ‘600 e il ‘700

restaE’stata inaugurata dal Sindaco di Palermo Diego Cammarata nello spazio mostre della Civica Galleria d’arte moderna, la mostra dal titolo “Libro d’arabeschi – Disegni ritrovati di un collezionista del Seicento” detta anche “Il Codice Resta di Palermo”. La mostra, curata da Simonetta Prosperi Valenti Rodinò, docente dell’Università di Roma Tor Vergata e studiosa del disegno italiano, resterà aperta fino al 6 maggio da martedì a domenica, ore 9,30 – 18,30.

 Il volume in questione, ritrovato circa dieci anni fa nei ricchi fondi manoscritti della Biblioteca Comunale di Palermo grazie alle ricerche di Vincenzo Abbate, direttore della Galleria Regionale di Palazzo Abattellis e attento studioso del collezionismo del ‘600, fa parte della raccolta di disegni di Padre Sebastiano Resta (Milano 1653 – Roma 1714) costituita da più di 30 volumi tutti glossati da ampie scritte autografe del collezionista. Di questi volumi, oggi per la maggior parte smembrati e i cui fogli sono confluiti nei fondi di grafica dei maggiori gabinetti di disegni di tutto il mondo, ne restano solo cinque  ancora integri e conservati nei più famosi musei. Il Codice ritrovato a Palermo si aggiunge ad essi e rappresenta il più significativo arricchimento recente alla storia del collezionismo di grafica del Seicento in Italia.

 L’esposizione, articolata in sei sezioni,  raccoglie le tavole più belle del “Codice Resta”, prezioso volume di quasi 250 pagine con 300 disegni e 15 stampe, rimasto per secoli nei fondi manoscritti della Biblioteca Comunale di Casa Professa, fino a quando, una decina di anni fa, è stato ritrovato, studiato e restaurato.

Questa straordinaria e rarissima raccolta conferma che a Palermo la circolazione delle opere d’arte attraverso il collezionismo ed i rapporti fra intellettuali non è venuta mai meno e testimonia la quantità di tesori, spesso ignorati, che contengono i musei e le strutture culturali della città.

Giovanna Cusenza

25 marzo, 2007

Ficarra e Picone

Filed under: palermo,sicilia,Uncategorized — elimonews @ 6:00 am

ficarraSalvatore Ficarra e Valentino Picone nascono entrambi a Palermo: il 23 marzo del 1971 il primo, il 27 maggio dello stesso anno il secondo. Si incontrano in un villaggio vacanze. Nasce il loro sodalizio artistico, e il duo inizia ad esibirsi in diversi locali di cabaret siciliani. Poi hanno il coraggio di esportare la loro sicilianità in tutta Italia, riscuotendo un notevole successo in vari teatri e aggiudicandosi molti premi per cabarettisti. Finalmente si aprono per loro le luci della ribalta con la partecipazione a “Zelig” nella quale esordiscono con l’interpretazione dei due siciliani “nati stanchi” che seduti, chiacchierano svogliatamente affrontando problemi familiari e dell’Italia intera e con le gag dei panchinari dell’Inter. Infine, l’occasione della loro vita: il cinema! E’ il 2001, Rai Cinema li scrittura e girano il loro primo film “Nati stanchi”.

I protagonisti sono due giovani disoccupati che calcano lo stereotipo del siciliano svogliato e raccontano un mondo iperrealista dipinto a pennellate lente e minuziose: la Sicilia, un bar, un parco, la tipica piazza di paese, un treno, fidanzamenti lunghi come certi pomeriggi di sole. Figli raccomandati per non vincere concorsi… Si narra una follia astrattista, colpi di colore improvvisi, invenzioni picassiane che stravolgono il reale per farlo capire meglio.

Dopo la breve parentesi cinematografica, la coppia si dedica al teatro con spettacoli quali: “Vuoti a perdere”(1999 – 2002), in cui i due artisti affrontano il problema del “vuoto” come malessere che contraddistingue i nostri anni, vuoto nell’anima, nei sentimenti, nei progetti, talmente vuoto da sublimarsi e divenire surreale; “Diciamoci la verità”(2003 – 2004), nel quale portano in palcoscenico personaggi che attingono dal loro serbatoio comico mostrando, anche in questo spettacolo, una Sicilia vissuta a metà strada tra il reale e il paradosso, dalla quale balzano fuori personaggi di tutti i giorni, con le loro espressioni, le loro manie, le loro situazioni insensate;

“Son cose che capitano”(2005), ultimo lavoro teatrale della coppia, divertente e pungente come loro. Al centro dello spettacolo ci sono l’uomo e le fasi della sua vita: l’amore perso o da riconquistare, l’amore che ci fa soffrire e quello di cui non ci accorgiamo, la morte di un parente che diventa spettacolarizzazione, la nascita di un figlio, i progetti, l’ansia, le prospettive, la vita che cambia. Tra dialoghi serrati e un alto livello di comicità (si ride veramente tanto), i due comici diventano, per un momento, artisti impegnati che fanno riflettere su come le “cose che capitano” servano a qualcosa e vanno oltre scoprendo che c’è un altro tipo di amore, di morte e di rinascita. Glielo insegna un misterioso parente, lo zio Pino, ovvero Don Pino Puglisi, un uomo che tanto si prodigò nel combattere la mafia divenendo uno degli emblemi della nostra società. Il recital ha un ritmo sempre alto, le battute che si susseguono incessanti come le gags esilaranti mantengono viva, per due ore di fila, l’attenzione. Per chi ha avuto la fortuna di assistere a questo spettacolo per due sere consecutive, ha scoperto il loro punto di forza: l’improvvisazione. Ammalia il loro continuo giocare, con battute non previste che spiazzano loro stessi in una gara a chi fa divertire di più.

Il 6 marzo 2007 al cinema, il loro secondo film “Il 7 e l’8”: una commedia degli equivoci leggera e scanzonata, ambientata a Palermo e da loro diretta, sceneggiata e interpretata. Basata sulla commedia degli anni sessanta – settanta, la trama racconta la storia di due neonati scambiati in culla per via dei loro numeri, che si ritrovano da grandi scoprendo di aver vissuto l’uno la vita dell’altro. A seguire drammi, scenate, litigi, crisi sentimentali e pasticci a volontà! I due comici siciliani tornano sullo schermo dopo aver abbandonato lo stereotipo dei disoccupati siciliani svogliati, ispirandosi a “C’era una volta in America” di Sergio Leone, in particolare la scena dello scambio di bambini nelle culle. Riconfermano la loro sicilianità anche nella scelta del cast che vede un’ampia partecipazione di attori isolani.

Non c’è dubbio che analizzando la comicità e il modo di far teatro, forme d’arte da loro frequentate, Ficarra ben rappresenta, per la fissità del suo sguardo, la maschera greca mentre Picone, per le movenze e la gestualità, è un vero comico romano. Il legame con il teatro dell’antichità è dunque forte, anche se cambiano le società e i contesti in cui si fa spettacolo. La comicità del duo insiste sul tema della realtà, ai fatti che il quotidiano ci costringe ad affrontare e che, se sapientemente messi in scena, fanno nascere il sorriso.

I personaggi famosi di Sicilia su www.ilveliero-web.com

8 gennaio, 2007

FERDINANDEA isola per un giorno

Filed under: Uncategorized — elimonews @ 3:54 pm

Ferdinandea6L’isola, nell’immaginario collettivo, rappresenta qualcosa di misterioso e affascinante. La leggenda, da sempre, narra di isole emerse tra le spume marine, di una loro apparizione fugace e del loro repentino reimmergersi tra il ribollire delle acque, trascinandosi dietro illusioni e sogni da parte di chi assicurava di averle viste.

È  quanto avvenne un bel mattino di luglio del 1831 al largo di Sciacca, nel canale di Sicilia: nell’arco di pochissimo tempo emerse dalle acque un lembo di terra che giorno dopo giorno s’ingrandì fino ad assumere discrete dimensioni. La massima estensione raggiunta dall’isola fu di 4800 metri di circonferenza , alta 63 metri di forma circolare ma irregolare in altezza. Il fatto si ripeteva per la seconda volta dopo il 10 a.C. e i geografi siciliani che per primi la rilevarono pensarono subito di chiamarla Ferdinandea per dedicarla al loro re, Ferdinando II di Borbone che veniva in quel periodo da Napoli a Palermo per festeggiare Santa Rosalia, alla quale fu dato il merito del miracolo della comparsa dell’isola. In verità, la ragione è un’altra: nel mondo ci sono isole, tutte rigorosamente di origine vulcanica, la cui esistenza non solo è fortemente precaria ma la cui vita in qualche caso è davvero durata il breve volgere di un mattino.

Ferdinandea, sorse a causa di un fenomeno vulcanico, cosa del resto comune nei mari, considerando che al di sotto degli oceani scorrono ben 70.000 chilometri di dorsali oceaniche che determinano circa l’80% del eruzioni vulcaniche che si verifica annualmente sul pianeta. Infatti, nei giorni che precedettero l’emersione, si erano percepite, sia a Sciacca che a Palermo, scosse di terremoto e dal tratto di mare di fronte alla cittadina siciliana proveniva un odore di zolfo dovuto all’idrogeno solforato in quantità tale da annerire gli oggetti d’argento. Altre navi di passaggio riferirono d’aver notato un ribollimento delle acque, e alcuni marinai che tornavano dalla pesca notarono nella stessa zona una gran quantità di pesci galleggianti, alcuni morti, altri tramortiti. Dopo, ebbe inizio un’eruzione con lapilli, pomici, tufi e scorie infuocate che provocò la nascita della nuova isola.

La notizia si sparse rapidamente, e da quel momento iniziò la questione della sovranità sull’isola: gli inglesi inviarono navi e  ne presero possesso  battezzandola Graham island, anche i francesi sbarcarono a loro volta e ne reclamarono il possesso  per il loro paese denominandola Giulia, in ricordo del suo mese di nascita. Ma l’isola, s’inabissò nel mare in soli cinque mesi, facendosi beffe delle corti europee e lasciando aperta la questione: oggi è un paradiso marino ricco di flora e fauna che, ogni tanto sembra risvegliarsi come accadde nel 2000; ma i geologi, che la tengono  costantemente sotto controllo ritengono che non ci sia alcuna riemersione imminente.

Una prova che la storia raccontata non è una leggenda marina è data da alcuni reperti lavici, provenienti proprio dall’isola di Ferdinandea, tenuti nel Museo Geologico “G.G. Gemellaro” dell’Università di Palermo

Pasqua Spagnola in Sicilia

Filed under: Uncategorized — elimonews @ 3:52 pm

Per tutta la settimana che precede la Pasqua le antiche strade dei centri storici delle cittadine in Sicilia, sono percorse da processioni che, per la maggior parte, affondano le loro radici nella storia del cristianesimo spagnolo. Infatti, a diffondere in Sicilia molti elementi tragici, tipici della religiosità spagnola, furono i Gesuiti che, a metà settecento, espulsi dalla Spagna, arrivarono alle coste dell’Italia meridionale. Ciascuno dei nostri paesi ha un suo rito da celebrare che, prendendo spunto dalle pagine del Vangelo, esprime la propria devozione in un modo tutto particolare.

Tra le processioni più caratteristiche ne annoveriamo alcune.

La processione dei Misteri, a Trapani del Venerdì Santo merita, senza dubbio, di essere vista per l’atmosfera suggestiva creata dalla partecipazione e il calore popolare. Si tratta di statue di legno, scolpite nel XVI – XVII sec. da artigiani locali, decorate con vesti pompose e gioielli preziosi che raffigurano la Passione di Cristo. Ogni gruppo viene portato in spalla dai rappresentanti delle antiche corporazioni cittadine e sfilano per le principali vie del centro.

A Prizzi, in provincia di Palermo, proprio il giorno di Pasqua, avviene la celebrazione di un rito caratteristico, l’Abballu di li diavuli. Rievocazione arcaica dell’eterna lotta tra il bene e il male,effigiato con grandi e terrificanti maschere. In questa occasione l’inferno è rappresentato dall’osteria, dove sono portati i dannati per espiare le proprie colpe. La Vergine, la sera, con gli angeli, libera il paese dai dannati, i quali, per accattivarsi la simpatia della gente, distribuiscono i “cannateddi”, dolcetti a base di ricotta.

San Fratello, paese della provincia di Messina, è patria della Festa dei Giudei. In questa colonia longobarda fondata mille anni fa da Ruggero I, re normanno, la cerimonia dura tre giorni, dal mercoledì  al venerdì Santo. I Giudei, rappresentati dagli abitanti del luogo, con maschere colorate e vesti arabescate, attraversano le vie del centro animandole con strani spettacoli di danza con un sottofondo musicale dato dalle trombe.

In provincia di Catania, ad Adrano, la Diavolata e la Angelicata, celebrata la domenica di Pasqua. Nella piazza principale del paese, Piazza Umberto I, di fronte al castello normanno viene rappresentato, su di un grande palcoscenico, i due mondi ultraterreni: l’Inferno e il Paradiso, un testo risalente al XVIII e attribuito ad un sacerdote adrianita; la Diavolata ha come protagonisti cinque diavoli guidati da Lucifero, la morte, l’arcangelo Michele, l’anima, ed ha come tema la salvezza dal peccato dell’umanità grazie all’intervento di Cristo Risorto. L’ Angelicata, invece, inscena l’incontro tra la Madonna e il Cristo con il trionfo del Bene sul Male.

I riti della settimana Santa di Enna risultano certamente particolari rispetto ad altri poiché qui accade qualcosa di originale che non si riscontra altrove: un’infinità di personaggi che ordinati e composti percorrono le vie per l’intera Settimana. La sentita e concreta partecipazione delle dieci confraternite presenti nella città avvicinano tali celebrazioni a quelle che avvengono nello stesso periodo a Siviglia. I riti nacquero appunto, durante la dominazione spagnola, quando le Confraternite vennero autorizzate a costituirsi come organizzazioni religiose. Il mercoledì Santo le Confraternite portano in spalla in processione i simulacri del Cristo e dell’Addolorata abbelliti dai doni dei fedeli. Il giovedì Santo oltre duemila frati incappucciati accompagnano con ceri e torce le statue del Cristo morto e dell’Addolorata in processione fino a tarda notte. Il venerdì Santo i confrati nel Duomo dove sono stati riposti i due simulacri partono per un’altra processione che durerà fino a notte fonda, per poi rientrare nel Duomo. Infine l’ultima celebrazione, quella della “Paci”, ovvero l’incontro tra la Madonna ed il Figlio Risorto, evento che attua la scomparsa del dolore e l’arrivo della festa. Le due statue, portate nel Duomo, ivi resteranno per una settimana. 

Per le prossime festività si prevede una presenza massiccia e partecipata di turisti provenienti dalle città italiane e straniere attirati dall’interesse che suscitano le manifestazioni che si svolgono in Sicilia per le atmosfere suggestive che la compattezza, il silenzio, il rumore di passi lenti, le note solenni delle tradizionali marce funebri riescono a creare. 

CURA DELL’UVA E VINOTERAPIA

Filed under: Uncategorized — elimonews @ 3:49 pm

La cura dell’uva o l’ampeloterapia, dal greco “ampelos”, vite, metodo di cura noto sin dall’antichità, è tornato in auge: l’uva, per le sue proprietà disinfettanti, disintossicanti e depurative è un alimento sano e naturale, adatto a chiunque voglia approfittare dell’autunno per disintossicarsi e depurarsi. Particolarmente ricca di zuccheri facilmente assimilabili, il frutto contiene molte vitamine, acidi organici, sali minerali, ed altri elementi che agiscono da ricostituente del sistema nervoso, proteggono la pelle ed i capelli, aiutano i processi digestivi ed il transito intestinale. 

La cura dell’uva consiste nell’alimentarsi principalmente di chicchi d’uva bianca o nera, raccolti freschi ogni giorno, ben lavati e ben masticati ad uno ad uno perché è proprio sotto la buccia che le vitamine e i sali minerali sono concentrati. Può essere consumata anche sotto forma di succo di uva fresco ed è prevista una quantità di assunzione giornaliera che aumenta gradualmente fino a raggiungere i 3 Kg. al giorno nel giro di una settimana, da prendere, suddivisi tra la mattina e la sera, prima dei pasti. Alla fine, dato che l’uva ha un alto potere saziante, è consigliata una breve passeggiata.

Questo frutto utilizzato come farmaco biologico, può presentare, come tutti i veri farmaci, delle controindicazioni. Perciò, se si vuole iniziare una cura dell’uva prolungata bisogna consigliarsi col proprio medico per valutarne la prescrizione. Nei casi in cui si soffre di patologie come il diabete, la colite e l’ulcera gastrica, caratterizzata da aumento delle secrezioni acide, la cura è sconsigliata, dato che si tratta di una terapia  molto energica e risolutiva. Lo scopo della cura è quello di “pulire”, depurare l’intestino e il fegato, grazie alle proprietà diuretiche e lassative del frutto, e può risultare una sana abitudine per affrontare la stagione invernale in buona salute.

In alcune zone dell’Italia del Nord esistono strutture che, nel periodo della vendemmia, danno ai loro ospiti la  possibilità di provare la nota “cura dell’uva”, mettendo a disposizione durante i pasti principali da loro offerti, dell’uva appena raccolta o del succo d’uva fresco.

L’uva non è buona solo per il palato, ma è anche utilizzata per la pelle del viso e del corpo, come terapia di bellezza, ingrediente principale di creme, oli, maschere. Secondo le ultime scoperte, i preziosi componenti, i polifenoli, racchiusi in ogni chicco del frutto con le loro proprietà antiossidanti sono in grado di prevenire e combattere gli inestetismi della pelle, causati dall’ossidazione. Ecco il perché del suo utilizzo in terapie antietà. Questa è la “vinoterapia”, ultima scoperta dell’estetica, una vera e propria rivoluzione: una serie di trattamenti e immersioni nel vino che ringiovaniscono, aiutano a rilassare e a idratare la pelle. La vinoterapia nasce in Francia, dove, una donna, figlia di proprietari di prestigiosi vigneti ebbe l’intuizione di utilizzare in chiave enologica i principi della balneoterapia e della talassoterapia. Costruisce, così, centri di benessere e bellezza immersi nel verde dei vigneti, nei quali si sfruttano le virtù dei bagni termali, con sorgenti naturali di acque calde, unendole alle doti riconosciute del vino. In questi luoghi si effettuano: massaggi di vino caldo ed estratti di vinaccioli d’uva micronizzati, massaggi con olio di vinaccioli, impacchi, maschere e peeling per il viso. Uno dei trattamenti che va per la maggiore, è il “bagno nel barile di vino”, l’immersione in una vasca piena di bollicine, acqua calda ricca di ferro, estratti di chicchi d’uva, mosto ed oli biologici. L’efficacia  di tali trattamenti ha portato  alla vinoterapia numerosi seguaci, primi fra tutti, Vip e bellezze ricche e famose, pazze per la novità.

Anche nella nostra Italia, sono sorti,  in ambienti già coltivati a vigneti, centri di estetica dove, per chi vuole rigenerare il corpo e la mente in allegria, il vino la fa da padrone.

La cucina di strada di Palermo

Filed under: Uncategorized — elimonews @ 3:46 pm

panelleLa città di Palermo vanta una storia secolare e come “città capitale” conserva le tracce del passato che la videro primeggiare ed afferm

arsi offrendosi al visitatore ed al turista, in termini di accoglienza, con una molteplicità di occasioni, di recettività e patrimonio storico – artistico che non ha nulla da invidiare alle metropoli europee. Monumenti e chiese, teatri e musei, ad ogni angolo della città antica, evidenziano le influenze di tutti i popoli come Greci, Romani, Normanni, Arabi, che con le loro mille contaminazioni l’hanno resa straordinariamente bella.

Palermo seduce anche i sensi con la sua gastronomia ricca di colori e di odori, in particolare con la cosiddetta “cucina di strada”, ineguagliabile nella panoramica nazionale e considerata la più antica cucina rimastaci e la sola che riesca ancora a tenere uniti i gusti dei palermitani di molti secoli fa a quelli di oggi. Il baluardo della “cucina di strada” è rappresentato dagli antichi mercati della città: Borgo Vecchio, Vucciria, Capo e Ballarò. Non si può perdere un tuffo in questi luoghi che sono il cuore popolare e vero di Palermo, una passeggiata tra le bancarelle piene di frutti colorati, di carni appese ai ganci, in un trionfo di profumi inebrianti: chiodi di garofano, timo, finocchietto selvatico con il sottofondo delle voci forti dei venditori : tutto ciò in un intreccio di vicoli ciechi, piazzette d’incanto e viuzze strette dove la luce del sole riesce a malapena ad entrare.

Uno dei piatti simbolo  della cucina di strada appartenenti alla friggitoria sono i “pani e panelle”, deliziosi rettangoli di farina di ceci fritti, che talvolta si accompagnano con i “cazzilli”, meglio conosciuti come “crocchè”, fritto appetitoso di purea di patate bollite con prezzemolo e menta. Nelle padelle grondanti d’olio bollente ci sono anche cardi, broccoli e carciofi in pastella e calamari. La cosiddetta “rascatura” costituita dalle rimanenze delle lavorazioni della giornata raschiati dalle casseruole, è ormai scomparsa ma un tempo era destinata ai clienti più poveri.

Un altro dei pilastri della gastronomia palermitana è “u pani ca meusa”, il pane con la milza, amato e gradito da tutti i ceti sociali, gustabile sia ai mercati, in bancarelle improvvisate, o in appositi eleganti locali.

È possibile reperire presso parecchi forni e ambulanti “u sfinciuni”, lo sfincione, una focaccia molto morbida, soffice, spessa, profumata e invitante, il cui nome deriva probabilmente dal greco sponghìa (spugna).

In tema di frattaglie, bisogna parlare delle “stigghiole”, saporite interiora di vitello arrotolate con lo scalogno, arrostite alla brace e servite con sale e limone.

Le stesse interiora di vitello, pulite con acqua e sale, tagliate a pezzi e messi a bollire in pentola, rientrano nella famiglia del “quarume”, che, servite calde e brodose, danno un piacevole ristoro. 

Attività affine  è quella del venditore di “mussu” e di “masciddaru”, mascella, mammelle e piedi di vitello, tagliati e bolliti; si servono freddi e irrorati di limone.

Per continuare questo iter gastronomico, un incontro interessante è col “purparo”, il venditore di polpi, che ne mette alcuni, di tanto in tanto, in una pentola con acqua ben salata e in pochi minuti il polpo cotto finirà su degli ampi piatti sistemati sul bancone a disposizione di coloro i quali vogliano assaggiare tale prelibatezza.

Adesso non ci rimane altro che da far visita ad una figura silenziosa “u frittularo”, il venditore di “frittula”,  resti di grassi animali fritti nello strutto.

Siamo alla fine del nostro viaggio gastronomico e possiamo constatare che questo particolare tipo di cibo, derivato dai dominatori arabi, ebraici e spagnoli, vecchio di secoli, non conosce crisi: avendo superato anche le rigide limitazioni delle norme igieniche Haccp, ha saputo contrastare l’avvento  di McDonald’s, le mode salutiste e tutt’oggi sopravvive alla modernità.

…e se Omero fosse Omera?

Filed under: Uncategorized — elimonews @ 3:42 pm

La letteratura greca inizia con l’Iliade e l’Odissea, ma del loro autore, Omero, non si sa quasi niente: né sulla sua identità, né sul luogo di nascita, né, addirittura, se sia veramente esistito.

Le teorie discordanti su questi argomenti ci fanno capire che già i Greci, di Omero, non ne sapessero più di noi.

La critica moderna è ormai orientata verso un’unica interpretazione attestando che i due poemi sono stati scritti da poeti diversi, forse scritti da un’unica mano, ma non dallo stesso autore. Ne deriva quindi che questi due scrittori hanno imposto unità di struttura al materiale che trovavano nelle fonti dell’epica popolare cantata e tramandata secondo i metodi tradizionali dei cantori.

Uno studioso del 1800 ha sostenuto un tesi a dir poco sconvolgente e singolare: l’autore dell’Odissea, non è stato Omero bensì una donna, una principessa siciliana, ovviamente giovane e bella, che abitava a Trapani. L’autrice si descrive nella figura di Nausica, figlia del re dei Feaci, la quale incontra il naufrago Ulisse e lo ascolta nella narrazione delle sue straordinarie avventure.

Colui il quale azzardò questa ipotesi fu Samuel Butler, riconosciuto come letterato erudito e scrittore pungente e colto, che quando nel 1897 pubblicò queste sue idee nessuno sembrò dargli credito proprio per l’originalità (o meglio  stravaganza) della sua tesi.

Le convinzioni di Butler nacquero dopo un lungo soggiorno nella nostra isola, durante il quale, accolto con tutti gli onori dalle autorità siciliane, si persuase che il percorso del viaggio di Odisseo non fosse nient’altro che la circumnavigazione della Sicilia, e che, nello specifico, Scheria, la terra dei Feaci, corrispondesse proprio all’odierna Trapani.

Commentando ogni canto del poema, Butler evidenzia gli elementi che rileverebbero la presenza femminile: leggera, umoristica, piena di spirito; e afferma che solamente una donna avrebbe potuto far parlare Ulisse con queste parole al suo congedo dai Feaci: “Possiate rendere felici le vostre spose”.

Soltanto una scrittrice avrebbe potuto imbastire una trama così fantastica su una fedeltà coniugale tanto lunga e duratura.

L’ipotesi butleriana possiede certamente un grande fascino, ma avendo coscienza della condizione femminile di quei tempi, questa donna, autrice dell’Odissea, ci sembra alquanto moderna, anche se “quei tempi” potrebbero essere diversi da quello che noi immaginiamo. Difatti, sostiene Butler, non si giunge ad una Saffo o ad una delle poetesse dell’antichità senza una tradizione di poesia femminile! 

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